Gesù: il primo influencer

Non fatemi passare per blasfemo, perché non è il mio intento, ma stavo pensando che secondo la mia concezione di influencer, Gesù è stato uno dei più grandi. Forse non proprio il “primo”, ma di sicuro uno dei principali della sua epoca, tanto da “influenzare” le persone ancora oggi a 2000 anni dalla sua morte. Capisco di dover chiarire quale sia la mia visione di influencer per disambiguare e far capire un po’ meglio di cosa sto parlando.

L’influencer è una persona che esprime attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione le proprie idee e la propria visione del mondo. Attorno a questi “messaggi” l’influencer crea una comunità di persone che aderiscono ai valori espressi. Valori che possono mutare nel tempo. Per alimentare e ingrandire questa comunità, l’influencer deve accrescere la propria reputazione e la propria competenza, in modo da poter fare continue “chiamate all’azione“, al fine di realizzare piccoli, medi e grandi obiettivi.

Questa definizione è mia, non l’ho copiata da nessun pezzo da novanta della comunicazione e proprio per questo potrebbe essere scorretta o simile a quelle già date da qualcuno che non conosco. Resta la mia visione e resta una buona descrizione del “lavoro” di Gesù Cristo. Capisco che questo tipo di visione si scontri con quella comune che si ha dell’influencer, lievemente diversa dalla mia.

L’influencer è un/a ragazzotto/a belloccio/a che nonostante l’assoluta mancanza di talenti specifici, comunica on-line con i follower per spammare prodotti cosmetici o vestiti di dubbio gusto.

Tutto questo mi strappa più di un sorriso. Innanzitutto perché la visione secondo la quale l’influencer sia un animale digitale e profondamente scorretta e poi perché di talenti e competenze ne servono parecchi, ma soprattutto l’influencer non è un venditore. Ritornando a Gesù si può dire che fosse un influencer da manuale per i motivi che seguono.

A proposito, leggi anche: “Saremo ancora cicale dopo la pandemia?”

I valori di Gesù influencer

Chiunque abbia fatto qualche ora di religione alle elementari o un po’ di catechismo sa perfettamente di cosa parlo. I valori che ha voluto trasmettere Gesù durante la sua vita erano potentissimi e universali. Si tratta per la maggior parte di cose che oggi reputiamo “banali” e assodate (tolleranza, perdono, carità), ma che in altre epoche storiche non lo erano affatto. Gesù con la sua visione del mondo e una ottima dose di carisma riuscì a fare passare messaggi nuovissimi e ambiziosi tra le persone più pronte a riceverli: sia poveri ed emarginati, che ricchi rappresentanti della classe dirigente.

Oggi la chiamiamo community: i discepoli

Per veicolare i suoi valori, Gesù non aveva a disposizione i mezzi tecnologici del 2020, ma riusciva comunque ad avere una sua audience. I suoi Facebook, Instagram e affini erano i mercati, le piazze, il tempio. Ovunque si potesse incontrare persone potenzialmente interessate Gesù c’era e diffondeva i suoi valori. In mezzo a tanta gente intercettata, un po’ di tutto, detrattori, persone che schernivano, persone indifferenti, ma anche chi veniva convinto ed entrava a far parte della sua comunità.

I discepoli di Gesù erano, e sono ancora oggi, persone aderenti a una visione comune del mondo e, nel caso del Cristianesimo, della fede.

A proposito, leggi anche: “A scuola di branding con Riccardo Palombo

La call to action: l’evangelizzazione

Ovviamente sto banalizzando e semplificando al massimo l’operato di un personaggio importantissimo come Gesù. Per chi è credente il suo operato era dettato da Dio, per chi lo crede solo un personaggio storico fu una persona carismatica che coinvolse e influenzò migliaia di persone, ma non vorrei entrare in questo tema perché non voglio fare un’analisi di tipo religioso.

Quello che mi interessa è far capire come e perché Gesù non fosse un semplice “comunicatore”, ma un vero “influenzatore”. Una persona, cioè, in grado di fare agire gli altri. La sua chiamata all’azione più importante a mio modo di vedere fu il concetto di evangelizzazione. L’idea di rendere la propria comunità partecipe del proprio messaggio è un’invenzione importantissima in ambito comunicativo, in quanto somiglia parecchio a quello che oggi chiamiamo “viralità” e fu la cosa che rende ancora oggi il cristianesimo una delle religioni più importanti al mondo per numero di fedeli.

Cosa direbbe Gesù ai nuovi influencer?

Sulla base di tutto questo propongo di osservare il mondo degli influencer con un altro occhio.

Per prima cosa farei una differenza tra chi sfrutta il proprio pubblico on-line, magari comprato, magari fatto di bot, solo per vendere prodotti e chi invece crea una community con la quale promuovere obiettivi e valori. Lo devono capire gli utenti, ma lo devono capire soprattutto le aziende che abbindolate dalla necessità di fare “influencer marketing” non comprendono ancora come si scelga la persona giusta per promuovere i propri prodotti.

Poi capiamoci bene: ci sono influencer su ogni media e piattaforma. Blogger, youtuber, giornalisti, talenti e artisti, autori e persino persone qualunque. Perché una campagna funzioni non basta guardare all’engagement, ma quale sia l’impatto sulla community in termini di valori.

Per ultima cosa mi sono tenuto la competenza. Chiunque voglia essere un influencer, in un qualsiasi campo, sa che dovrà formarsi e apprendere più cose possibile sull’oggetto della sua comunicazione. Quello che potrebbe accadere, se questo non fosse, è che il proprio progetto salti in aria in breve tempo e non duri neanche un centesimo di quanto stia durando quello del primo influencer e della storia: Gesù.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *