Aziende enogastronomiche: come utilizzare Youtube?

Pizza e Youtube

Questa è una piccola ed essenziale guida per promuovere su Youtube un’azienda enogastronomica. Ristoranti, gelaterie, panetterie, pub, anche a causa della della crisi sanitaria in atto, devono trovare nuovi modi per fare brading e, in questo momento specifico, devono scovare i clienti direttamente nelle loro case. Una sfida in più!

Youtube può essere un ottimo strumento per entrare in confidenza con nuovi e storici clienti, ma soprattutto si tratta di una piattaforma dove siamo sicuri di trovarli. Tutti passiamo del tempo su Youtube, pensaci.

In più questo sito di streaming/social network/motore di ricerca ha la caratteristica (non da poco) di aver educato le persone a guardare contenuti lunghi e non superficiali. Un’ottima notizia per chi vuole accrescere la propria reputazione e far conoscere il proprio reale valore (senza inutili esibizionismi, puntando alla sostanza).

Ma passiamo alla guida, ci sono molte cose di cui ti devo parlare.

creator di Youtube

Cos’è veramente Youtube?

Non starò per davvero qui a spiegare cos’è Youtube, perché anche mia nonna sa di cosa si tratta. Quello che a molti sfugge, perché non ci si fa molto caso, è la sua funzione commerciale. Youtube è un meraviglioso motore di ricerca per contenuti video e, al pari di Google per le pagine web, indirizza le persone verso i risultati migliori, in linea con le proprie esigenze.

Quello che potrebbe fare un vostro cliente (o potenziale cliente) è cercare contenuti inerenti: pietanze o bibite che gli piacciono, ricette, notizie su materie prime e ingredienti particolari, attività naturalistiche e culturali della zona… la lista è lunghissima.

Quello che un ristorante, una pizzeria, un’osteria possono (anzi devono) fare è intercettare queste ricerche e offrire agli utenti risposte alle loro domande ed esigenze, ma nel modo giusto. Quale sia questo “modo giusto” sto per spiegartelo, ma questa premessa mi serviva per chiarire cosa “non è” Youtube.

tablet con Youtube

Cosa NON è Youtube?

Youtube non è un sito in cui ragazzini nerd o bambini pubblicano video sciocchi, parodie e sessioni di gaming, o almeno non è “solo” questo. Su Youtube si cerca di tutto perché si trova di tutto. Dal tutorial su come riparare la lavatrice, all’intervista al grande chef stellato, dalle vecchie gare automobilistiche, ai tour tra i vigneti. Per questo è indispensabile essere su Youtube anche con la propria attività enogastronomica. Se non ci sei tu, ci sarà qualcun altro, con prodotti simili ai tuoi, nella tua stessa zona e riuscirà a portarti via qualcuno dei tuoi preziosissimi clienti. Basta questo per farti venire voglia di realizzare qualche banale video?

cucina ristorante

Come realizzare un video?

Creare un canale Youtube è una cosa facilissima. Basta disporre di un account di Google, fare l’accesso al portale e caricare il primo video. Ormai si fa tutto anche da smartphone.

L’estrema facilità, però, non deve farti pensare che si possa fare tutto in fretta e furia, impulsivamente e senza un minimo di pianificazione. Allo stesso tempo io non ti consiglio di avere un approccio troppo perfezionista, perché finirà per non farti agire o farti agire troppo tardi rispetto agli altri. Ricorda sempre che, una volta caricati, i video possono essere modificati, nascosti al pubblico, e nella peggiore delle ipotesi cancellati, quindi si ha sempre la possibilità di correggere qualche errore, e non devi avere paura di farne.

La pianificazione che devi fare si basa su sole due domande:

  • A chi sono rivolti i miei video?

Quali contenuti devo produrre?

Dopo aver risposto a questo, anche se sembra banale, sarai pronto a partire.

clienti ristorante

“A chi sono rivolti i miei video?”

Per iniziare, analizza i clienti che ha già la tua attività, sono quelli che ti che ti basterà conoscere e coinvolgere. Sono giovani? Lavoratori? Hanno bambini? Che gusti hanno? Gli piace la musica? Quali bibite e pietanze preferiscono dal tuo menù? Che domande ti fanno di solito? Prendi carta e penna e rispondi a queste ed altre domande che ti vengono in mente per descriverli al meglio. Anche le domande più sciocche potrebbero farti notare un particolare importante. Una volta raccolte queste informazioni ti sarà tutto più chiaro sul modo in cui dovrai comunicare con le persone grazie ai tuoi video.

Se invece non hai ancora clienti, o quelli attuali non dovessero piacerti, basterà farti queste stesse domande, ma sulla base di un nuovo target di clientela che vorresti attrarre. In questo caso preparati a sperimentare e a modificare la tua comunicazione un po’ più spesso perché avendo a che fare con tipologie di persone “sconosciute” dovrai studiarle per bene prima di comprenderle a pieno.

Una volta stabilito il tuo “pubblico potenziale di Youtube” dovrai decidere il “tono di voce” da utilizzare con esso. Sarai formale e di classe? Sarai simpatico e giocoso? Avrai un tono molto tecnico? Userai metafore e racconti per coinvolgerli di più?

Panini con hamburger e verdure

“Quali contenuti devo produrre?”

A questa domanda ci sono infinite risposte possibili, che ora vedremo insieme tutte una per una (scherzo, è impossibile) e tra le quali dovrai selezionare la/le più adatte. I contenuti più adatti per i tuoi video sono:

  • quelli più in linea col tono di voce che hai scelto;

  • quelli più in linea con le tue capacità tecniche (o dei tuoi collaboratori);

  • quelle più in linea con il tuo budget (perché se è vero che si possono produrre video a costo zero, spendendo solo tempo ed energie, si può pensare di risparmiare queste ultime e spendere qualche soldino affidandosi a chi lo fa per lavoro).

Una pasticceria, un panificio, una gelateria che puntano molto sulle materie prime di qualità, potrebbero produrre video “documentaristici” in cui raccontano proprio questo aspetto. Un’enoteca potrebbe registrare una video-ricetta alla quale abbinare la giusta bottiglia col consiglio di un sommelier. Bar e locali potrebbero puntare su contenuti più di intrattenimento, registrare concerti e dj-set che ospitano, mettendo bene in vista i prodotti venduti: cocktail, aperitivi. Un video di Youtube, poi, può essere utile anche a presentare un nuovo prodotto (un nuovo panino messo nel menù di un pub) o servizio (il servizio di consegna a domicilio). L’obiettivo di un buon contenuto è quello di lanciare input alle persone, per spingerli a svolgere azioni che desideriamo. Non pensare ai tuoi video come a una pubblicità.

Nel creare nuovi contenuti non deve mancare la fantasia, ma se ne avessi carenza, la principale fonte di ispirazione è proprio Youtube. Cerca i canali e i video di colleghi dello stesso settore, sia in Italia che all’estero, dove spesso (non sempre) nascono nuove idee per coinvolgere il pubblico. Guarda anche i video di testate del settore food (tra i più seguiti dagli appassionati), ma anche quelli degli influencer che si occupano di travel e food, saranno ottimi spunti creativi.

Se neanche questo bastasse chiedere consiglio a qualcuno che ne capisca un po’ di più potrebbe essere un’idea (mandami una mail).

Anche perchè, chi si occupa di comunicazione può essere d’aiuto anche per il prossimo punto di questa guida.

Dispositivi tecnologici

Come fare arrivare i nostri video alla gente?

Arrivati a questo punto si potrebbe pensare: “adesso farò un super-mega video bellissimo e lo spammerò ovunque“. Ecco, non funziona affatto così.

Iniziamo dicendo che un solo video non serve a granché perché magari la gente lo guarderà, ma poi si scorderà di te e della tua attività nel giro di poco tempo. Quando si vuole partire con la produzione di contenuti video per il web, l’unica strada percorribile è la pianificazione di una serie omogenea di video, possibilmente con lo stesso formato per tutti e che escano regolarmente.

Youtube, così come gli altri media che abbiamo a disposizione possiede delle regole non scritte che devi seguire alla lettera se vuoi che funzioni per la tua attività. La prima cosa che devi fare, quindi, è pianificare la pubblicazione di una serie di video (uno al mese/uno a settimana/uno al giorno) in base alla tue possibilità e provare a portare avanti questo progetto il più a lungo possibile.

Arrivati a questo punto, per fare arrivare i video a più persone possibile hai d’avanti a te tre strade:

  • I social network;

  • Le ricerche spontanee delle persone;

  • La pubblicità a pagamento.

Queste tre strade non si escludono l’un l’altra, ma sei tu che devi scegliere se intraprenderle tutte contemporaneamente  o concentrarti su qualcuna più di altre.

App Social Network

I social network (per la diffusione di video Youtube)

Se la tua attività ha una pagina Facebook/ Instagram molto seguita puoi sicuramente condividere i video di Youtube su di essa, nei metodi consentiti da questi social. Perché la condivisione sia più efficace, ci sono delle piccole strategie che si possono testare per provare a portare più views ai tuoi video.

Al contrario che su Youtube, questi social sono luoghi in cui trascorriamo il tempo in modo un po’ frenetico e spesso auto-riferito. Scorriamo tra decine/centinaia di contenuti brevi e lo facciamo rapidamente, quindi catturare la nostra attenzione è più complicato e meno efficace. Ciò significa che non avrebbe senso, ad esempio, caricare video più lunghi di un paio di minuti ed ecco perché invece per fare questo si sceglie Youtube, dove siamo abituati a prenderci il nostro tempo per guardare un contenuto che ci interessa.

La condivisione sui social può avvenire:

  • copiando il link e scrivendo una breve frase accattivante (questo metodo, però, è sconsigliato perché sui social i link che portano all’esterno vengono sempre penalizzati e mostrati pochissimo agli utenti);
  • caricando un breve video (o uno spezzone di quello originale) di pochi secondi in cui si presenta il contenuto di Youtube e si invita ad andare a vederlo;
  • caricando una immagine accattivante che abbia a che fare col video in questione e invitando ad andare a vederlo su Youtube;
  • condividendo nei modi appena citati anche sui gruppi (Facebook), preferendo quelli più appropriati, dove le persone interagiscono molto e creano discussioni sotto ai post.

Queste tecniche funzionano e sono molto immediate, ma non aspettarti milioni di views. Alla fine il tuo obbiettivo è attrarre clienti, non diventare virale.

motore di ricerca

Le ricerche: il traffico “organico” di Youtube

Il motivo per cui ti consiglio di scegliere principalmente Youtube come piattaforma per i video sta nella sua funzione di motore di ricerca che gli altri social non hanno sviluppato molto. Ogni video caricato sulla piattaforma tratta uno specifico tema ed è legato a dei dei “termini di ricerca“, cioè le parole che gli utenti digitano per cercarli.

Quello che dovresti fare, durante la fase di ideazione del video, è appuntarti le “parole chiave” che i potenziali spettatori cercheranno. Questo passaggio può essere un po’ complicato, lo riconosco, ma con un po’ di pazienza e di esperienza riuscirai a selezionare termini di ricerca sempre più efficaci. Farsi aiutare da un esperto, anche solo nelle fasi iniziali, può migliorare di molto i risultati.

strada con banner pubblicitari

La pubblicità: il traffico a pagamento

Un imprenditore lo sa: per farsi conoscere è necessario pubblicizzare la propria attività, che si tratti di una panineria, una caffetteria, un chioschetto di street food, o qualsiasi altra attività enogastronomica. Le persone hanno bisogno di essere stimolate , soprattutto oggi, con la saturazione del mercato.

Un video di Youtube può e dovrebbe essere promosso anche con questa strategia, in modo da farti ottenere due obiettivi: accrescere la community online della tua attività e contemporaneamente attrarre nuovi clienti. Fare pubblicità online coi video ha il vantaggio di essere molto più coinvolgente di un semplice banner o di un annuncio testuale. I video possono essere anche un modo per fare branding, facendo conoscere alle persone le competenze che tu e i tuoi collaboratori avete.

Lo riconosco, è un po’ complesso gestire i servizi di Google per la promozione a pagamento di attività commerciali e contenuti, ma oggi più che mai è arrivato il momento di imparare ad usarli. Con questi puoi portare i tuoi video ovunque: sui giornali online, sulle applicazioni per smartphone, su altri social, e ottenere una visibilità davvero gigantesca. Allo stesso tempo puoi arrivare alle persone davvero interessate, targetizzate per area geografica, età, sesso e interessi. Questo lo fanno i cartelloni 6×3 che si vedono per strada?

bambini felici con computer

Adesso pubblica un video!

La guida che hai appena letto è solo una piccola introduzione a quello che bisognerebbe realmente fare che avere un ottimo canale di promozione grazie a Youtube. Ho preferito spiegare qualcuno dei concetti base che io per primo ho appreso negli ultimi anni, sui quali si basa tutto quello che anche gli imprenditori più bravi riescono a fare. Una cosa va detta, l’unico modo per conoscere a pieno questo strumento è usarlo ed è per questo che ti invito a caricare il tuo primo video.

Se vuoi farmi vedere il tuo risultato scrivimi alla mia mail e sarò felice di darti qualche consiglio per migliorare altri aspetti importanti

Stepsover: nomadismo digitale (Scuola di branding)

Simone e Lucia

Simone e Lucia sono due appassionati compagni di viaggio. A bordo di Valentino, un camion 4×4 trasformato in camper, stanno facendo il giro del mondo raccontandolo sul web. Sono Stepsover, nomadi digitali italiani.

Li ho scoperti per puro caso, consigliati dall’algoritmo di YouTube. A tal proposito inizio sempre di più a chiedermi quale folle Nostradamus si celi dietro il meccanismo dei consigliati del sito di streaming. Questo perché ci azzecca davvero spesso e ha la particolare caratteristica di consigliarmi cose che non avrei mai cercato da solo, ma che finiscono per piacermi. [Ma questa è un’altra storia]

Come ho già fatto per Riccardo Palombo, mi è venuta voglia di spiegare, dal mio punto di vista, quali siano le ragioni del successo di questo progetto web davvero molto interessante da quasi 150 mila fan (al 15 aprile 2020). Anche questo è branding.

Stepsover: il nomadismo digitale raccontato bene

Da quando Internet è diventato uno strumento essenziale per lavorare, per vendere e per comunicare, i confini geografici non ci piacciono molto. Da una decina di anni,proprio per questo, si è sviluppato una sorta di movimento socio-culturale col nome di “nomadismo digitale”. Sono nati portali di riferimento e comunità on-line internazionali e locali. Non si sprecano neanche testi e guide pratiche. Nonostante questo, potrebbe esserci ancora chi non conosce bene ciò di cui sto parlando; proverò a spiegarlo semplicemente.

Il nomade digitale è un professionista (o artista, o imprenditore) che decide di operare da remoto e per questo motivo si sposta di paese in paese in giro per il mondo in base alle sue esigenze o gusti. in particolare, si sceglie il luogo in cui passare brevi o lunghi periodi sulla base del costo della vita, delle facilitazioni fiscali o burocratiche e, ultime cose, ma non per importanza, in base al clima, la cultura locale, il cibo. Sono molti i paesi del mondo in cui è possibile trovare condizioni favorevoli per vivere e lavorare stando lontani da casa. Servono, però, intraprendenza, coraggio e spirito di adattamento. [Questo molto in breve]

Il progetto: un viaggio in camper attorno al mondo

Simone e Lucia hanno preso parecchio alla lettera il termine “nomadismo” e la loro storia la vivono e la raccontano in decine di stati diversi. Stati che attraversano a bordo del loro Valentino da circa 3 anni a questa parte. Il loro è un giro del mondo in camper alla scoperta di luoghi meravigliosi, potenzialmente poco battuti dal turismo di massa.

Quello che ne esce fuori sono un sito internet pieno zeppo di info utili per appassionati e curiosi, e un canale YouTube che spiega passo-passo come funziona un viaggio simile. Spoiler: è molto dura, ma anche molto emozionante.

Il progetto Stepsover è il “business” (giuro, mi dispiace un po’ definirlo così) alla base della sostenibilità economica dei due viaggiatori.

Competenza e credibilità

Esistono centinaia di “travel blogger” o sedicenti tali, ma veramente in pochi possono essere presi come esempio di credibilità e competenza. Nella nicchia dei camperisti (si, esiste una nutrita nicchia di camperisti on-line) Stepsover è il progetto più autorevole e per vari motivi.

Valentino: il camion quattro per quattro camperizzato

C’è poco da fare. Per scrivere questo articolo ho scandagliato la rete alla ricerca di un camper più fico (termine tecnico) di Valentino, ma non l’ho trovato. Così ho compreso la prima differenza tra Stepsover e gli altri. Simone e Lucia hanno trasformato un camion fuoristrada in una bat-caverna! Valentino ha tecnologie e comodità che non si trovano neanche in tutte le case occidentali, figuriamoci in un camper.

Questo rende molto autorevoli i creatori di questa serie di video, che quando raccontano la loro casa su gomma, entrano in particolari tecnici quasi incomprensibili, ma interessantissimi. Ci piace sempre ascoltare qualcuno che ne capisce, perché ci piace imparare cose nuove.

Un giro del mondo senza limiti

Parliamo di limiti spazio-temporali. Chi vorrebbe averli? Resta il fatto che ce ne auto-imponiamo quasi per istinto moltissimi, ma ci piace un mondo osservare chi questi limiti li travalica.

Con molta modestia e con l’entusiasmo di chi sembra aver fatto ieri il suo primo viaggio, Simone e Lucia raccontano qualcosa di cui sono diventati super esperti: il mondo. Guardando i loro video, non è bello vedere solo i luoghi, ma è molto appassionante capire i meccanismi stessi legati alla vita quotidiana da camperisti off-road. Non a caso tra i video più apprezzati ci sono: la descrizione del camper, i passaggi doganali e i percorsi stradali più impervi. Ecco un altro tassello della loro competenza e autorevolezza.

La ciurma: la community di Stepsover

Ogni buon influencer (ne ho già parlato) ha dei seguaci che ne condividono valori e visione. “La ciurma”, come Simone e Lucia chiamano i propri follower, è una comunità di appassionati molto vasta, 150.000 iscritti al canale YouTube. Tra questi c’è il semplice spettatore che guarda il canale come fosse una serie Netflix e ci sono persone interessate a questo tipo di viaggio o stile di vita.

Tutte queste persone sono sottoposte a un continuo flusso di emozioni incredibili, che alla fine ti fanno pensare: “prima o poi lo farò anch’io!”. Quelli che lo faranno, alla fine, saranno una sparuta minoranza, ma nel frattempo si godono l’appartenenza a una comunità on-line stimolante e non banale, in cui si fanno scoperte incredibili.

Return of investment

Quelli bravi lo chiamano ROI (è il ritorno dell’investimento), ma a me piace pensare che siano i frutti raccolti dopo un duro lavoro. Quali frutti raccolgono Simone e Lucia?

Ce lo siamo già detto, il loro investimento più grande è il tempo dedicato a viaggiare. Tempo sottratto alla vita “normale”. Ci sono, però, altri investimenti più “materiali” che si fanno per realizzare un progetto simile: il proprio mezzo di trasporto, le attrezzature per renderlo una casa sicura e tutti gli strumenti tecnologici per la condivisione della propria esperienza col pubblico del web. Poi ci sono le spese quotidiane: dal carburante alla spesa, dalla manutenzione alla connessione telefonica.

Tutto questo deve aver necessariamente un ritorno, che, mi dispiace, ma non può essere semplicemente la possibilità di vedere bei posti e scoprire nuove culture. Parliamo di entrate economiche che aiutino a vivere e a sostenere il viaggio. I guadagni del progetto derivano per lo più dalla monetizzazione di YouTube e dalla vendita di libri scritti dalla coppia (guide di viaggio off-road).

Di sicuro, la consistenza della community è la potenza del messaggio lanciato da questi due viaggiatori, potrebbero dare altri frutti. Penso a collaborazioni con aziende, come accade per altri viaggiatori. Penso anche all’affiliate marketing, con semplici consigli d’acquisto ai viaggiatori: attrezzature utilizzate, altri strumenti, ecc. In più come fanno tanti altri travel blogger, c’è la possibilità di organizzare dei viaggi assieme a tour operator in cui si accompagnano gruppi di fan interessati a questi percorsi.

Di sicuro il loro essere online li espone a molte possibilità che non avrebbero altrimenti e il network di conoscenze che si riesce a fare attraverso un progetto del genere può cambiare la vita sia umanamente che professionalmente. Chi ci dice che Simone e Lucia non siano già in contatto con qualche produttore televisivo per produrre una serie TV che racconta la loro avventura?

Anche questo è branding e ci dice bene di come questo tipo di attività serva a chiunque abbia bisogno di comunicare on-line e off-line con persone interessate. Prendiamo spunto anche da questi ragazzi coraggiosi e auguriamogli buon viaggio.

Gesù: il primo influencer

Ultima cena Leonardo

Non fatemi passare per blasfemo, perché non è il mio intento, ma stavo pensando che secondo la mia concezione di influencer, Gesù è stato uno dei più grandi. Forse non proprio il “primo”, ma di sicuro uno dei principali della sua epoca, tanto da “influenzare” le persone ancora oggi a 2000 anni dalla sua morte. Capisco di dover chiarire quale sia la mia visione di influencer per disambiguare e far capire un po’ meglio di cosa sto parlando.

L’influencer è una persona che esprime attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione le proprie idee e la propria visione del mondo. Attorno a questi “messaggi” l’influencer crea una comunità di persone che aderiscono ai valori espressi. Valori che possono mutare nel tempo. Per alimentare e ingrandire questa comunità, l’influencer deve accrescere la propria reputazione e la propria competenza, in modo da poter fare continue “chiamate all’azione“, al fine di realizzare piccoli, medi e grandi obiettivi.

Questa definizione è mia, non l’ho copiata da nessun pezzo da novanta della comunicazione e proprio per questo potrebbe essere scorretta o simile a quelle già date da qualcuno che non conosco. Resta la mia visione e resta una buona descrizione del “lavoro” di Gesù Cristo. Capisco che questo tipo di visione si scontri con quella comune che si ha dell’influencer, lievemente diversa dalla mia.

L’influencer è un/a ragazzotto/a belloccio/a che nonostante l’assoluta mancanza di talenti specifici, comunica on-line con i follower per spammare prodotti cosmetici o vestiti di dubbio gusto.

Tutto questo mi strappa più di un sorriso. Innanzitutto perché la visione secondo la quale l’influencer sia un animale digitale e profondamente scorretta e poi perché di talenti e competenze ne servono parecchi, ma soprattutto l’influencer non è un venditore. Ritornando a Gesù si può dire che fosse un influencer da manuale per i motivi che seguono.

A proposito, leggi anche: “Saremo ancora cicale dopo la pandemia?”

I valori di Gesù influencer

Chiunque abbia fatto qualche ora di religione alle elementari o un po’ di catechismo sa perfettamente di cosa parlo. I valori che ha voluto trasmettere Gesù durante la sua vita erano potentissimi e universali. Si tratta per la maggior parte di cose che oggi reputiamo “banali” e assodate (tolleranza, perdono, carità), ma che in altre epoche storiche non lo erano affatto. Gesù con la sua visione del mondo e una ottima dose di carisma riuscì a fare passare messaggi nuovissimi e ambiziosi tra le persone più pronte a riceverli: sia poveri ed emarginati, che ricchi rappresentanti della classe dirigente.

Oggi la chiamiamo community: i discepoli

Per veicolare i suoi valori, Gesù non aveva a disposizione i mezzi tecnologici del 2020, ma riusciva comunque ad avere una sua audience. I suoi Facebook, Instagram e affini erano i mercati, le piazze, il tempio. Ovunque si potesse incontrare persone potenzialmente interessate Gesù c’era e diffondeva i suoi valori. In mezzo a tanta gente intercettata, un po’ di tutto, detrattori, persone che schernivano, persone indifferenti, ma anche chi veniva convinto ed entrava a far parte della sua comunità.

I discepoli di Gesù erano, e sono ancora oggi, persone aderenti a una visione comune del mondo e, nel caso del Cristianesimo, della fede.

A proposito, leggi anche: “A scuola di branding con Riccardo Palombo

La call to action: l’evangelizzazione

Ovviamente sto banalizzando e semplificando al massimo l’operato di un personaggio importantissimo come Gesù. Per chi è credente il suo operato era dettato da Dio, per chi lo crede solo un personaggio storico fu una persona carismatica che coinvolse e influenzò migliaia di persone, ma non vorrei entrare in questo tema perché non voglio fare un’analisi di tipo religioso.

Quello che mi interessa è far capire come e perché Gesù non fosse un semplice “comunicatore”, ma un vero “influenzatore”. Una persona, cioè, in grado di fare agire gli altri. La sua chiamata all’azione più importante a mio modo di vedere fu il concetto di evangelizzazione. L’idea di rendere la propria comunità partecipe del proprio messaggio è un’invenzione importantissima in ambito comunicativo, in quanto somiglia parecchio a quello che oggi chiamiamo “viralità” e fu la cosa che rende ancora oggi il cristianesimo una delle religioni più importanti al mondo per numero di fedeli.

Cosa direbbe Gesù ai nuovi influencer?

Sulla base di tutto questo propongo di osservare il mondo degli influencer con un altro occhio.

Per prima cosa farei una differenza tra chi sfrutta il proprio pubblico on-line, magari comprato, magari fatto di bot, solo per vendere prodotti e chi invece crea una community con la quale promuovere obiettivi e valori. Lo devono capire gli utenti, ma lo devono capire soprattutto le aziende che abbindolate dalla necessità di fare “influencer marketing” non comprendono ancora come si scelga la persona giusta per promuovere i propri prodotti.

Poi capiamoci bene: ci sono influencer su ogni media e piattaforma. Blogger, youtuber, giornalisti, talenti e artisti, autori e persino persone qualunque. Perché una campagna funzioni non basta guardare all’engagement, ma quale sia l’impatto sulla community in termini di valori.

Per ultima cosa mi sono tenuto la competenza. Chiunque voglia essere un influencer, in un qualsiasi campo, sa che dovrà formarsi e apprendere più cose possibile sull’oggetto della sua comunicazione. Quello che potrebbe accadere, se questo non fosse, è che il proprio progetto salti in aria in breve tempo e non duri neanche un centesimo di quanto stia durando quello del primo influencer e della storia: Gesù.

A scuola di branding con Riccardo Palombo

Riccardo Palombo ripara computer

Riccardo Palombo è un esperto di tecnologia che condivide on-line la sua passione e la sua competenza. Lo fa praticamente ovunque: sui social network, su YouTube, sul suo sito personale, e con un interessantissimo podcast intitolato “Il Mordente” . Le sue passioni principali sono i computer, gli smartphone, i sistemi operativi open source e la corsa, ma il suo talento principale sta nella comunicazione. Ha un’incredibile capacità di coinvolgere la sua community, anzi, “le” sue community dato che su ogni ambiente sociale e media, come è giusto che sia, comunica in modo diverso mantenendo il suo stile inconfondibile.

Negli ultimi giorni, dopo i gravi disagi creati dalla pandemia, ha messo in piedi un’iniziativa molto interessante, che è anche una formidabile lezione di personal branding. Impariamo insieme qualcosa.

L’iniziativa benefica di Riccardo Palombo

L’emergenza coronavirus ha costretto a casa gli studenti italiani e come era prevedibile (purtroppo) molti di questi hanno avuto difficoltà a connettersi con le lezioni online. Il gap digitale di molte famiglie italiane sale tristemente a galla in questi giorni. Riccardo Palombo ha voluto coinvolgere la propria community in una bellissima iniziativa di donazione di PC portatili alle scuole italiane partendo dal basso. L’obiettivo è quello di raccogliere più computer possibile (vecchi modelli inutilizzati) per renderli nuovamente funzionanti e operativi per i ragazzi.

Riccardo si è fatto spedire i portatili che rimette personalmente a nuovo, a volte cambiando qualche pezzo, a volte aggiornando il sistema operativo. Poi contatta le scuole interessate a questo tipo di donazione e recapita le macchine. Tutto molto bello!

Un’idea che da la possibilità ai follower di dare una mano in una situazione complessa, sensibilizza rispetto a vari temi, e risponde in modo pragmatico a un problema di ragazzi, famiglie e scuole.
Ma andiamo per gradi: qual è la lezione di branding che ricaviamo da questa bella campagna? Mi verrebbe da dire che più che una lezione è un intero corso e il professor Riccardo Palombo fa sembrare tutto una passeggiata di salute.

I valori sono essenziali

Essere sensibile ai problemi, provare empatia verso le condizioni avverse di una persona X è qualcosa che in molti possiamo riuscire a fare. Di sicuro, e la cosa non è affatto scontata, la community di questo prof lo è e apprezza questo tipo di valori. Quello che però differenzia Riccardo da tante altre persone e soprattutto tanti altri “influencer” e il suo pragmatismo. La capacità di individuare una soluzione creativa a un problema è qualcosa che va aldilà della beneficenza, è una strada secondaria più lunga e faticosa, che però ti fa vedere un paesaggio eccezionale.

Palombo è un autista sognante, che ci porta sul suo bus, e ci tiene incollati al finestrino.

I valori che esprime non sono più (solo) quelli benefici, di empatia e sensibilità, ma il pragmatismo e la creatività. Ciliegina sulla torta sono la sua competenza tecnica e l’aver scelto di affrontare un problema dal punto di vista di chi sa quello che sta per fare.

La community si fa protagonista

L’iniziativa viene comunicata attraverso i canali social, soprattutto su YouTube, diffusa anche grazie all’aiuto di qualche collega illustre, come Andrea Galeazzi, ma essenzialmente si muove tra i membri della community di Riccardo Palombo attraverso il passaparola. Per inviare un PC a qualcuno che non si conosce di persona, bisogna aver trovato in lui affidabilità vera.

In più, in questi casi, la leva forte che spinge le persone a fare una donazione è quella di voler fare parte di un progetto in cui si crede: dare un’educazione scolastica e tecnologica a tanti bambini e ragazzi che non possono permettersela. La community non è un branco disomogeneo di fan, ma un gruppo di persone legate a valori, speranze, obiettivi e visioni del mondo comuni. In questo caso ce ne si rende bene conto.

Riccardo Palombo è trasparente

Un capitolo a parte di questa lezione di branding va dedicata alla trasparenza, che è uno dei grandi punti di forza per chiunque comunichi on-line, ma forse più in generale per “chiunque”. Riccardo ha tenuto traccia di ogni pezzo che ha ricevuto, di ogni spesa sostenuta, e poi ha messo in rete tra loro scuole e donatori, comunicando il nome della scuola al donatore e viceversa. In questi casi essere trasparenti è indispensabile.

Questo sia per far stare più tranquilli i donatori, sia per evitare polemiche sterili da parte di qualche detrattore. La trasparenza è quella cosa che ti fa camminare a testa alta per strada e non ti fa avere alcun timore, ma ha anche l’effetto di rendere chi la esercita più rispettato e rispettabile.

“Essere” Riccardo Palombo aiuta

Neanche per un solo secondo da quando sono venuto a conoscenza di questo progetto ho pensato che lo stesso fosse una strategia di marketing per fare branding. L’assoluta spontaneità nel fare le cose (anche prima di questa iniziativa) rende Riccardo un personaggio un po’ fuori dal comune, fatto di una pasta strana. Una pasta di grande qualità.

Questo è il più grande valore aggiunto di tutta la campagna: le persone si fidano di chi gli sta chiedendo un aiuto, sia per tutti i motivi già elencati, sia perché la reputazione è qualcosa che ci precede. Costruirsi una reputazione è un processo lunghissimo, che inizia più o meno nel momento in cui produciamo il primo vagito, ed è sempre in bilico tra l’essere eccezionali o pessimi.

Fare personal branding significa riuscire a comunicare al meglio i propri punti forti, i propri valori e ciò che ci rende speciali. Il professor Palombo è assolutamente impeccabile in questo e riesce a fare tutto senza particolari sforzi e con grande spontaneità.

Ferragnez

Mi permetto di citare un’altra campagna che negli scorsi giorni ha fatto parlare molto di sé ottenendo un obiettivo straordinario come la realizzazione di un ospedale dedicato ai malati di Covid-19. Chiara Ferragni e Fedez nelle scorse settimane hanno voluto realizzare una raccolta fondi sfruttando la propria popolarità per fare arrivare un messaggio di solidarietà a centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

In questo caso specifico, nonostante l’assoluta buona fede e il grande sentimento di solidarietà dimostrato, le polemiche non si sono fatte attendere, e sono state innumerevoli. I motivi sono legati proprio ai punti trattati in precedenza:

  • nuovi valori: Chiara e Federico non avevano mai affrontato qualcosa di vagamente simile e i loro valori preesistenti non combaciavano con quelli della campagna;
  • una community particolare: il “problema” di chi ha milioni di follower è che si intercetta qualsiasi tipo di persona, anche chi non aderisce alla nostra stessa visione della vita, e in mezzo a una maggioranza di persone entusiaste dell’iniziativa, si ritrova anche una percentuale di haters polemici o addirittura complottisti;
  • la trasparenza e la competenza: essere trasparenti è molto difficile quando si gestiscono certe moli di soldi e dati, quindi purtroppo si è soggetti a critiche e speculazioni, ma soprattutto, quando non si hanno le competenze tecniche per poter monitorare che il progetto venga realizzato in modo corretto si è costretti a delegare il controllo a persone che reputiamo valide, ma magari (non è questo il caso) non lo sono realmente.

I risultati

Quelli bravi li chiamano KPI, ma il succo è lo stesso. Riccardo è riuscito a far parlare di se, è riuscito ad aprirsi a un pubblico maggiore, è riuscito a creare un rapporto ancora più forte coi suoi seguaci e a veicolare i valori (non più solo suoi, ma) della sua bellissima community.

Questa cosa si tradurrà in nuove collaborazioni future, nella realizzazione di nuovi progetti e più in generale in tantissime nuove opportunità. Questo è il senso profondo della lezione di branding alla quale abbiamo assistito.